Domenica 16 dicembre 2018

Dicono di noi

Estate, tramonto: lungo la strada per Racconigi sullo sfondo del Monviso si stagliano le sagome di grandi uccelli inconsueti, che in formazione sorvolano i campi. Sono le cicogne che vanno a dormire, lasciando per un attimo interdetto il nostro occhio non allenato a incontrarle tra gli uccelli "di casa". Poi viene in mente il perchè: è il Centro Cicogne che negli ultimi anni ha regalato alla cittadina di Racconigi un fascino da fiaba di Andersen. I grandi nidi sui tetti del castello e sui campanili delle chiese si sono moltiplicati e si è insediata una nuova presenza, compagnia bella e discreta: una colonia di cicogne bianche selvatiche. Sembra quasi che qualcuno ce le abbia messe apposta, un tocco di allegria nel rigore del Piemonte sabaudo. La storia è bella fin dal principio.

Il protagonista si chiama Bruno Vaschetti e il Centro Cicogne e Anatidi è il suo sogno avverato, di cui parla con immutato entusiasmo, occhi ridenti e piglio sereno di chi è riuscito a dar senso a quel che la sorte gli ha offerto. Mentre sul tetto della grande cascina dove Bruno vive da sempre le cicogne volano avanti e indietro come giganteschi aeroplani di carta, nel cortile, Gabriella, Enrica e Lorenza si raccolgono intornoa quel loro padre invidiabile e lo accompagnano nel racconto, aggiungendo particolari, piccoli aneddoti, e trasmettendo a chi ascolta la sensazione di essere testimone di una rara armonia. Francesca, la moglie di Bruno, resta in disparte perchè ha altro da fare, e la sua presenza, in questa maniera, si sente di più che se fosse lei a parlare.

Il Centro Cicogne non è struttura a se stante, fa parte della casa: è come se fosse il giardino, l'orto, il campo, tutto. È diventato, da bella utopia, vera ragione di vita. Ecco come è andata. L'idea era nell'aria fin dagli anni Ottanta, quando una coppia di cicogne si era fermata a Carmagnola per nidificare suscitando scalpore. La rotta di migrazione è da sempre la stessae passa di qua, ma le cicogne avevano evidentemente le loro ragioni per andarsene altrove a nidificare. Vederle passare era una provocazione: come convincerle a fermarsi, ad abitare di nuovo i luoghi di antica memoria, disdegnati da secoli? La molla che diede il "la" fu un articolo apparso su Airone nell'agosto del 1984, che parlava di una stazione per la reintroduzione della cicogna bianca ad Altreau, nel cantone svizzero di Solothurn, attiva e funzionante, grazie alla passione e alla tenacia di Max Bloesch, responsabile dell'iniziativa. Un personaggio da conoscere. Detto fatto: fu organizzata una gita a cui, insieme a tre delegati della LIPU, prese parte anche Bruno. Oggi ride ripensandoci: "500 chilometri, in quattro stipati dentro una Panda: un viaggio lunghissimo".

Era il 1984. Nel 1985 le prime cicogne erano già a Racconigi, ospiti di grandi voliere costruite davanti alla sua cascina. Lui si illumina quando ricorda il luogo di provenienza delle sue dieci capostipiti: un paesino suggestivo, con i prati e le campagne intorno, il Fiume Lar, il suo porticciolo, i battelli che passavano, e le cicogne... Con il suo allegro ottimismo, vedendo quel posto delizioso pensò che sicuramente si sarebbe potuto fare qualcosa anche da noi. E il tempo gli diede ragione. Il Centro Cicogne è patrocinato dalla LIPU che al principio lo voleva all'interno del parco del castello. Bruno era l'alternativa, con la sua passione per gli animali e un avviato allevamento di uccelli acquatici ad attestarla. Lui era forte del fatto che per le cicogne sarebbe stato ottimo un ambiente di aperta campagna- proprio quello che aveva a disposizione- piuttosto che un parco circondato da molto bosco, adatto a specie con altre esigenze. Per risolvere la questione venne convocato lo stesso Bloesch, davanti alla cui autorità tutti si inchinavano, che fu ben felice di collaborarecon la LIPU per dare il via in Italia a un progetto parallelo al suo in Svizzera.

I due Paesi avevano in comune lo stesso punto di partenza: una popolazione di cicogne estinta come nidificante. Bloesch dopo aver visitato il parco andò da Bruno, che gli fece vedere i suoi animali. Il suo allevamento non era casuale: per impostarlo era stato a Slimbridgein Inghilterra, ospite da Peter Scott, fondatore del Wildfowl Trust, sorta di banca genetica di tutti gli acquatici, a cui si deve la salvezza di diverse specie in pericolodi estinzione. Quel posto era punto diriferimento per chi voleva attingere notizie su specie estinte nel suo paese erecuperare soggetti da reintrodurre: in ambienti appositamente ricreati venivano allevati tutti gli acquatici del mondo. In quel luogo Bruno affinò lo spirito da allevatore e la sua filosofia: allevare animali liberi per dare loro l'opportunità di reinserirsi in natura, dopo aver vissuto presso di lui in condizioni il più possibile simili a quelle del loro ambiente. Così andò che nel dicembre dell'85 arrivarono da lui le prime dieci cicogne.

La ragione principale della scelta di un luogo per sviluppare un progetto è la memoria storica riferita alla specie che si vuole trattare. Nel caso della reintroduzione della cicogna bianca questo valeva per tutta la zona di Caramagna, Sommariva Bosco e Racconigi, con i prati stabili frequentati abitualmente dagli uccelli in migrazione, cicogne comprese. Era una rotta di passo abituale, e ad alimentare la speranza di successo nel 1980 si era aggiunto un elemento importante: la nidificazione spontanea di una coppia di cicogne a Borgo San Giovanni di Carmagnola. Se quel nido fosse andato a buon fine forse non ci sarebbe stato bisogno di creare un centro e il ritorno sarebbe stato spontaneo: rotto il ghiaccio con le prime due, l'anno successivo probabilmente se ne sarebbero fermate delle altre. Gli anni Ottanta furono favorevoli alla migrazione delle cicogne, che avevano ripreso a frequentare di più il Piemonte, con casi di nidificazione nel Vercellese e nel Novarese. Invece ci fu un clamoroso colpo di scena: le due cicogne avevano già costruito il nido su un pino strobo, quando una di loro si spinse fino a Scarnafigi (si spostano anche per un raggio di 20, 30 chilometri dal nido per alimentarsi) e il suo destino fu segnato: in pieno giorno il presidente dei cacciatori del paese le tirò una fucilata, così, giusto per farsi notare. Ci riuscì così bene che fu denunciato dai suoi concittadini e la bravata gli costò tre o quattro giorni di prigione oltre che una multa salata. L'altra cicogna, rimasta sola, fu doppiamente sfortunata. Dopo la vedovanza nessuna consolazione: quell'anno non passarono altre cicogne in migrazione. La vicenda lasciò il segno. La cicogna non è un animale che provoca danno all'agricoltura perchè è carnivora e insettivora, e non è buona da mangiare. Il trofeo una volta era l'unica buona ragione per fucilarla, ma si sparse la voce di quella punizione esemplare e da allora non ci furono più episodi di bracconaggio. Quella che poteva essere una ripresa spontanea comunque fallì, e così prese il via il progetto di reintroduzione.

Il lavoro svolto sulle prime cicogne arrivate dalla Svizzera fu tutt'altro che semplice. Bruno si dice fortunatissimo, perchè fece di testa sua: Bloesch aveva suggerito di tenere le cicogne in voliera per qualche anno, perchè si abituassero per bene al posto. Invece nel marzo del 1986, appena tre mesi dopo il loro arrivo, per un "incidente" la porta della gabbia si aprì. Per combinazione uscì l'unica coppia già formata, che occupò subito la piattaforma sopra la voliera. Quelle due cicogne l'anno successivo attirarono un'altra coppia di passo. Poi, stagione dopo stagione, nido dopo nido, si arrivò al risultato di oggi, stabile da qualche anno: 30-33 coppie di cicogne nidificanti, la metà delle quali di origine selvatica.

Il progetto dunque è andato in porto, e in parallelo se ne sono sviluppati altri. Ilgobbo rugginoso, anatra tuffatrice che era estinta in Italia dal '76, minacciata a livello mondiale, grazie a Bruno oggi vive libera nel Parco del Gargano. Altri lavori hanno coinvolto la moretta tabaccata e il fistione turco, e intanto si è fatta strada l'idea di ricreare habitat ideali per ospitare uccelli selvatici svernanti o in riproduzione. Nel 1995 è nata una piccola palude, in una zona dove il terreno è stato livellato di modo che ci siano sempre circa cinquecenti metri d'acqua, per ospitare i limicoli. Il cavaliere d'Italia nidifica lì da ormai quattro o cinque anni, primo nella provincia di Cuneo e di Torino. Il prossimo habitat sarà il canneto, per accogliere uccelli rari come il tarabuso, l'airone rosso e il falco di palude. Delle figlie di Bruno, Gabriella è veterinaria specializzata in uccelli selvatici, Enrica che fa l'architetta ha disegnato il progetto di ampliamento del centro, e Lorenza studia diritto ambientale: ognuna ha una sua mansione nell'azienda a gestione famigliare. Sono tutte d'accordo a dire che la fortuna di papà è stata, oltre a una moglie molto determinata e bravissima organizzatrice, quella di avere tre figlie femmine e nessun maschio al quale potesse venire l'idea di continuare, come da tradizione, a coltivare mais o ad allevare maiali. Il Centro Cicogne nel 2005 ha celebrato il ventesimo compleanno... Non si può che augurargli 100 di questi giorni.

Caterina Gromis di Trana

Caterina Gromis di Trana, 1962, laureata in scienze biologiche a indirizzo ecologico, è arrivata al giornalismo attraverso la zoologia e l'etologia. Ha collaborato con Tst e Specchio della Stampa, con la rivista Cani dell'editoriale Olimpia e scrive sul mensile Gardenia e su Piemonte Parchi.
Al giornalismo affianca lavori editoriali: il primo libro, nel 2003, Il bricco del pilone - sulla rotta dei migratori alati, racconta la storia di un osservatorio ornitologico. I nostri animali-taccuino di etologia quotidiana (Blu edizioni 2005), è un almanacco faunistico dedicato agli animali selvatici più comuni. Per White Star ha scritto i testi del cube book Gatti (2005) e del volume Cani & cani (2008). Con Vita da cani-confessioni di un capobranco, nel 2008 ha inaugurato per Blu edizioni la collana Herriot, di cui è curatrice. Gromis@openportal.it

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