Domenica 16 dicembre 2018

La palude

Dal 1995 sono stati avviati alcuni interventi finalizzati alla ricostituzione di ambienti naturali e, in particolari, di zone umide di acqua bassa, utili alla sosta degli uccelli migratori. Durante i movimenti di migrazione, infatti, gli uccelli hanno necessità di aree di sosta dove poter fermarsi per riposarsi oppure per alimentarsi. Queste zone svolgono quindi un’importante funzione per la protezione e la salvaguardia soprattutto delle specie che percorrono lunghi tragitti, come quelle trans-sahariane, che si trasferiscono dalla tundra della Scandinavia-Siberia, dove nidificano, alla fascia del Sahel dove svernano.

Inizialmente è stata realizzata una prima area umida di 2 ettari, cui è stata affiancata nel 2004, un ulteriore ampliamento di circa 15 ettari. Il livello idrico è mantenuto artificialmente tra i 5 ed i 15 cm: tale situazione ha favorito la sosta e lo svernamento di numerose specie di uccelli legate agli ambienti acquatici. Sull’argine perimetrale è stata impiantata una siepe mista di alberi (Salicone, Salice bianco, Pioppo bianco, Ontano, Farnia, Carpino bianco) e cespugli (Sambuco nero, Biancospino, Rosa canina, Cappello da prete, Rovo, Frangola, Sanguinella), mentre sugli isolotti sono cresciute erbe spontanee, come Salciarella, Erba persicaria, Coda d’asino, Giavone comune, Verga d’oro, Crisantemo selvatico).
Gli interventi di manutenzione dell'area sono limitati al minimo, in modo da ridurre il disturbo all'avifauna, per cui vi sia accede solo una volta all'anno per asportare i salici (genere Salix), che tendono a colonizzare rapidamente le zone di terre emerse. L'area è inoltre particolarmente tranquilla, perché protetta da un alto argine perimetrale e l'accesso per il pubblico è consentito solo tramite capanni di osservazione.

L'area umida del Centro Cicogne e Anatidi di Racconigi (CN), particolarmente interessante per i Caradriformi, è stata creata artificialmente in una zona precedentemente coltivata a mais: il fatto che si trattasse di un'area nuova, nel contesto di una campagna intensamente coltivata a monocoltura di cereali, ha permesso di studiare con attenzione non solo la fenologia migratoria dei limicoli, ma soprattutto la stretta correlazione tra ambiente ed avifauna, legame che nel corso dei sei anni di studio è andato via via incrementandosi, confermando così l'importanza della biodiversità.
A partire, quindi, dalla realizzazione dell'area, ossia dal marzo 1995, la zona è stata visitata con cadenza regolare, pressoché giornaliera: durante questo periodo di tempo, si sono potuti quindi monitorare tutti gli spostamenti migratori, particolarmente concentrati in primavera ed autunno

Le specie di Caradriformi osservate nell'area sono:

Cavaliere d'ItaliaHimantopus himantopus(Linnaeus, 1758)
AvocettaRecurvirostra avosettaLinnaeus, 1758
Pernice di mareGlareola pratincola(Linnaeus, 1766)
Corriere piccoloCharadrius dubiusScopoli, 1786
Corriere grossoCharadrius hiaticulaLinnaeus, 1758
FratinoCharadrius alexandrinusLinnaeus, 1758
Piviere doratoPluvialis apricaria(Linnaeus, 1758)
PivieressaPluvialis squatarola(Linnaeus, 1758)
PavoncellaVanellus vanellus(Linnaeus, 1758)
Pavoncella gregariaVanellus gregarius(Pallas 1771)
Pavoncella armata/fabbroVanellus armatus(Burchell, 1822)
Piovanello tridattiloCalidris alba(Pallas, 1764)
GambecchioCalidris minuta(Leisler, 1812)
Gambecchio nanoCalidris temminckii(Leisler, 1812)
PiovanelloCalidris ferruginea(Pontoppidan, 1763)
Piovanello pancianeraCalidris alpina(Linnaeus, 1758)
Gambecchio frullinoLimicola falcinellus(Pontoppidan, 1763)
CombattentePhilomachus pugnax(Linnaeus, 1758)
FrullinoLymnocryptes minimus(Brunnich, 1764)
BeccaccinoGallinago gallinago(Linnaeus, 1758)
Pittima realeLimosa limosa(Linnaeus, 1758)
Pittima minoreLimosa lapponica(Linnaeus, 1758)
Chiurlo piccoloNumenius phaeopus(Linnaeus, 1758)
Chiurlo maggioreNumenius arquata(Linnaeus, 1758)
Totano moroTringa erythropus(Pallas, 1764)
PettegolaTringa totanus(Linnaeus, 1758)
AlbastrelloTringa stagnatilis(Bechstein, 1803)
PantanaTringa nebularia(Gunnerus, 1767)
Piro piro culbiancoTringa ochropusLinnaeus, 1758
Piro piro boschereccioTringa glareolaLinnaeus, 1758
Piro piro piccoloActitis hypoleucos(Linnaeus, 1758)
VoltapietreArenaria interpres(Linnaeus, 1758)
Gabbiano corallinoLarus melanocephalusTemminck, 1820
Gabbiano comuneLarus ridibundusLinnaeus, 1766
Gabbiano realeLarus cachinnansPallas, 1826
Sterna comuneSterna hirundoLinnaeus, 1758
Mignattino piombatoChlidonias hybridus(Pallas, 1811)
MignattinoChlidonias niger(Linnaeus, 1758)
Mignattino alibiancheChlidonias leucopterus(Temminck, 1815)

Dai risultati di una prima indagine sulla fenologia migratoria dei caradri formi, risultano essere specie "dominanti": Piro piro culbianco (13.95%), Beccaccino (12.51%), Piro piro boschereccio (10.46%), Pavoncella (10.13%), Combattente (9.72%), corriere piccolo (8.88%), Cavaliere d'Italia (7.47%), Gambecchio (5.57%); risultano, invece, specie "importanti": Piovanello pancianera (3.71%), Pantana (3.49%), Pittima reale (2.34%), Totano moro (2.19%) e Piovanello (2.06%). Le rimanenti specie vengono considerate come "secondarie", in quanto non raggiungono il 2% di frequenza totale.
In generale si è osservato un incremento delle osservazioni dovute al passo primaverile tra gli inizi di febbraio e la fine di maggio, con picchi migratori in corrispondenza nella prima metà di marzo e prima metà di aprile; il passo autunnale si sviluppa tra gli inizi di luglio e la fine di novembre, con picchi migratori a fine luglio-inizio agosto, seconda metà di agosto, metà settembre , metà ottobre e fine novembre.

Tra le osservazioni più interessanti di questi anni, si segnalano:

  • lo svernamento di un esemplare di Gru (Grus grus) nell’inverno 1997-98, uno dei pochi casi per il Piemonte; da quel momento ogni anno esemplari di Gru transitano e svernano a Racconigi;
  • l’osservazione di un individuo di Gambecchio frullino (Limicola falcinellus) nel 1998, la sesta per la Regione;
  • la nidificazione a partire dal 1999 del Cavaliere d’Italia (Himantopus himantopus), primo caso di insediamento per la Provincia di Cuneo;
  • l’osservazione di una Pavoncella gregaria (Vanellus gregarius) nella primavera del 2009, 5° segnalazione per il Piemonte e 30° per l’Italia.

I Caradriformi: chi sono?
I Caradriformi costituiscono un ordine di uccelli, la cui classificazione sistematica è:
Regno: Animalia
Phylum: Chordata
Subphylum: Vertebrata
Classe: Aves
Ordine: Charadriiformes
I Caradriformi sono suddivisi in tre sottordini (del Hoyo et alii, 1996):
- Charadrii: sono i limicoli, ossia i piccoli trampolieri che vivono nelle acque basse; si contano 13 famiglie: Jacanidae, Rostratulidae, Dromadidae, Haematopodidae, Ibidorhynchidae, Recurvirostridae, Burhinidae, Glareolidae, Charadriidae, Scolopacidae, Pedionomidae, Thinocoridae, Chionidae;
- Lari, ossia gli stercorari, i gabbiani e le sterne; si riconoscono 4 famiglie: Stercorariidae, Laridae, Sternidae, Rynchopidae;
- Alcae: gli uccelli marini, rappresentati dall'unica famiglia Alcidae.
La migrazione degli uccelli: tra mistero e scienza.
Fin dai tempi antichi, l’uomo ha provato grande attrazione verso alcuni comportamenti animali, primo fra tutti la migrazione. Infatti, il fenomeno per cui queste creature compiano lunghi spostamenti per poi occupare di nuovo le terre lasciate, resta ancora oggi affascinante e, per alcuni aspetti, non del tutto chiarito.
Nel passato, il tema della migrazione appassionò molti Autori, tra i quali Omero, Esiodo, Anacreonte; esistono riferimenti biblici anche nel Vecchio Testamento, ma fu soprattutto l'opinione del filosofo greco Aristotele (384-332 a.C.) che influenzò la maggior parte degli studiosi del suo tempo e non solo. Riferendosi alle migrazioni, riporta Aristotele nel libro III della sua "Storia degli animali" che "...se ne vedono coll'equinozio d'autunno, venire dal Ponto e dai paesi freddi per trascorrere l'inverno che si avvicina; col giungere della primavera lasciare i paesi caldi di cui temono gli ardori brucianti e passare nei paesi freddi......le Gru per esempio passano dalle pianure della Scizia alle paludi dell'alto Egitto verso le sorgenti del Nilo..."; Aristotele inoltre non esitò a declamare la sua teoria sulle Rondini che, trovate spennate in profonde cavità degli alberi o nei ghiacci, trascorrevano l'inverno ibernandosi, per risorgere a nuova vita con la bella stagione. Questa teoria fu ritenuta valida per molto tempo dopo, tanto che fu sposata anche da Plinio il Vecchio, che la ribadiva nella sua "Storia Naturale" e così rimase durante il Medioevo fino al XVI secolo con Aldrovandi. Lo stesso Linneo (1707-1778) parve riluttante a scartare tale ipotesi, al contrario di Buffon (1707-1788) che si dimostrò totalmente scettico. Da questo momento il pensiero naturalistico si evolve rapidamente, grazie anche agli studi di Spallanzani (1729-1799), al quale si attribuisce la più antica esperienza sullo studio della migrazione, tramite i primi rudimentali tentativi di inanellamento degli uccelli. Un'effettiva razionalizzazione dello studio delle migrazioni si deve all'ornitologo danese Mortensen, che nel 1898 mise in pratica un vero e proprio sistema di inanellamento con anelli numerati di zinco, metodo che negli anni successivi venne ulteriormente perfezionato. Ancora oggi questa metodica risulta la più semplice per seguire gli spostamenti degli uccelli: in Italia è l'Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica di Ozzano Emilia (BO) a coordinare l'attività di inanellamento degli uccelli a scopo scientifico.
In generale si può intendere la migrazione come lo spostamento regolare di una popolazione da una limitata area di nidificazione ad una limitata area di svernamento: in realtà questa definizione non è completa ed andrebbe ampliata, considerando l’ampia modalità con cui avviene il fenomeno. Sono molte, infatti, le varianti che gli uccelli utilizzano per compiere la migrazione, anche perché si tratta di una risposta evolutiva che si è rimaneggiata nel tempo, allo scopo di ottenere il miglior bilancio tra costi e benefici.
Infatti, tornando indietro all’ultima glaciazione, circa 15.000 anni fa, l’intera Europa centrale e settentrionale era completamente coperta da una calotta di ghiaccio e l’ambiente dell’Europa meridionale era costituito da tundra artica, priva di vegetazione arborea; con lo sciogliersi dei ghiacciai, la calotta polare iniziò a ritirarsi e seguirono una serie di profonde modificazioni dell’ambiente. Questo comportò anche la diffusione verso le regioni settentrionali dei diversi tipi vegetazionali e, di conseguenza, anche delle specie animali meglio adattate: da qui ebbe inizio la necessità di migrare, intesa come bisogno di occupare in ogni stagione i territori con maggiori disponibilità trofiche, sia nel periodo invernale e tanto più nel periodo estivo, quando l’allevamento della prole comporta un notevole dispendio di energie.
L’occupazione di nuovi territori significava, inoltre, una minore competizione alimentare in aree non ancora colonizzate da altri animali, per cui l’uccello migratore aveva più possibilità di ottenere successo riproduttivo rispetto ad uno stanziale. D’altra parte la migrazione comporta un gran dispendio di energie: innanzi tutto è necessario che l’animale, prima di partire, provveda ad accumulare grandi riserve di grasso per far fronte al viaggio ed inoltre sono parecchi i pericoli che devono fronteggiare, considerando i predatori naturali, le avverse condizioni atmosferiche e l’attività umana.
In teoria, quindi, la migrazione dovrebbe avvenire solo quando sono alte le probabilità di non superare l’inverno nei territori di riproduzione, mentre in realtà gli animali mostrarono diverse capacità di adattamento che andavano dall’essere stanziali, a compiere brevi spostamenti o migrazioni a lungo raggio.
In conclusione si può dedurre che l’abitudine di spostarsi verso nord sia il risultato della selezione naturale, che ha favorito gli animali con maggiore successo riproduttivo, mentre migrare verso sud è l‘adattamento che permette all’animale di godere di maggiori possibilità di sopravvivere e quindi di riprodursi l’anno successivo. Nella pratica questi comportamenti risultano spesso integrati.
Se consideriamo l’abitudine di migrare verso nord, possiamo renderci conto come alcune rotte migratorie siano il risultato della graduale estensione di rotte più semplici: il Culbianco (Oenanthe oenanthe), ad esempio, nidifica dalla Scandinavia verso est, attraverso l’Asia settentrionale, fino all’Alaska, mentre sverna solo nel continente africano, coprendo una distanza di oltre 15.000 Km. In teoria sembrerebbe strano che alcuni contingenti asiatici non abbiano scelto di migrare verso l’India, ad esempio, sicuramente più vicina dell’Africa: in realtà il dubbio svanisce se pensiamo che si tratti di una progressiva estensione verso est di una originaria rotta con direttrice nord-sud, che col tempo si è ampliata per la continua scoperta e conseguente occupazione di nuovi territori verso est. Lo stesso fenomeno si riscontra anche per quei Culbianchi che dalla Scandinavia nidificano ad ovest fino alla Groenlandia e l’America settentrionale: anche in questo caso, dopo la nidificazione, questi uccelli partono alla volta dell’Africa, compiendo così non solo una rotta molto lunga, ma anche molto rischiosa, dovendo attraversare tratti di mare di oltre 3.000 Km. Fino a quando alcuni individui, probabilmente sbagliando rotta, non migreranno verso l’America meridionale, trovando una zona idonea per svernare e quindi fare ritorno, non inizierà una nuova strategia migratoria più semplice e meno pericolosa.
Al contrario in altre specie questo cambiamento è già avvenuto: è il caso della Cutrettola (Motacilla flava) che, nidificando in tutto il Vecchio Mondo e l’Alaska, sverna non solo in Africa, ma anche in India e nell’Asia sud-orientale, mentre pare che nessuna popolazione sverni nel Nuovo Mondo. In questo caso quindi, anche se, presumibilmente, la popolazione originaria si è estesa verso est dall’Europa, alcuni contingenti che nidificano nell’Asia centro-orientale hanno trovato nuovi quartieri invernali, al di fuori di quelli africani, mostrando così nuove capacità di adattamento.
Per quanto riguarda la Rondine (Hirundo rustica), l’areale di distribuzione si estende per tutta l’Eurasia ed anche l’America settentrionale: gli uccelli che vivono nel Nuovo Mondo svernano nell’America centrale e meridionale, percorrendo così una rotta molto più semplice rispetto alle specie illustrate precedentemente, che si recano in Africa.
Interessante è il caso del Luì boreale (Phylloscopus borealis) e del Luì grosso (Phylloscopus trochilus), perché entrambi nidificano in Scandinavia ma, una volta intrapresa la migrazione, le loro strade si separano: il Luì boreale transita sull’Himalaya per raggiungere il sud-est asiatico, mentre il Luì grosso sverna esclusivamente in Africa.
Le strategie adottate da questi uccelli sono da riferirsi a migratori a lungo raggio, cioè che coprono grandi distanze durante gli spostamenti, ma esistono anche comportamenti intermedi, come i migratori parziali, che contribuiscono a completare il quadro sull’evoluzione della migrazione.
La popolazione di Pettirosso (Erithacus rubecula) che nidifica in Scandinavia è quasi del tutto migratrice, mentre quella insediata in Inghilterra lo è solo parzialmente, e quella spagnola è totalmente stanziale. Un comportamento simile si riscontra nel Fringuello (Fringilla coelebs), dove individui della stessa popolazione mostrano comportamenti diversi, strettamente correlati alla rigidità dell’inverno: sembra, infatti, che a seguito di inverni freddi, la maggior parte dei Fringuelli migri, mentre se gli inverni sono miti, molti individui si trattengono nei territori di nidificazione.
Naturalmente, non si tratta di una scelta individuale, ma nel caso di stagioni fredde, saranno maggiormente favoriti gli individui con tendenza a migrare, i quali trasmetteranno questo carattere alla prole; viceversa, con inverni miti, saranno avvantaggiati quelli stanziali.
Il Merlo (Turdus merula) è un altro migratore parziale con però ampie fluttuazione, che vanno da esclusivamente migratore a totalmente stanziale, a seconda dell’opera svolta dalla selezione naturale in risposta alla rigidità del clima.
Si deduce, quindi, che è difficile generalizzare sui migratori, dal momento che animali appartenenti alla stessa famiglia o persino allo stesso genere seguono comportamenti diversi. E‘ il caso dei Silvidi o delle Rondini, che per la maggior parte migrano in Africa, anche se alcune specie, come la Magnanina (Sylvia undata) e la Rondine montana (Ptyonoprogne fuligula), sono sedentarie; la gran parte dei Columbidi e dei rapaci notturni sono stanziali, fatta eccezione per la Tortora (Streptopelia turtur) e l’Assiolo (Otus scops); lo stesso si può dire per i Picchi ed i Galliformi, quasi tutti sedentari, tranne il Torcicollo (Jynx torquilla) e la Quaglia (Coturnix coturnix). Nei Rallidi poi si riscontrano molteplici comportamenti: la maggior parte delle specie, come il Re di quaglie (Crex crex), sono migratrici a lungo raggio, per cui arrivano fino in Africa; alcuni come la Schiribilla (Porzana parva) ed il Voltolino (Porzana porzana) fanno brevi spostamenti fino alle zone mediterranee dell’Europa, mentre altri, come il Porciglione (Rallus aquaticus) e la Gallinella d’acqua (Gallinula chloropus) risultano stanziali nell’Europa meridionale, ma migratori a lungo raggio nelle zone più settentrionali.
Dal punto di vista ecologico, possiamo distinguere i migratori in due categorie, delle quali la prima è rappresentata dagli uccelli che lasciano l’Europa durante l’inverno, per raggiungere terre più calde e con maggiori disponibilità trofiche per superare la stagione; in questo caso, la maggior parte dei quartieri invernali è localizzata in Africa, dove sverna oltre il 40% delle specie nidificanti nell’Eurasia, mentre la rimanente parte si distribuisce sulle coste meridionali dell’Asia. La seconda categoria di migratori comprende quelli che svernano in Europa oppure si spostano all’interno dell’Europa stessa; alcuni poi si spostano in direzione nord-ovest alla volta delle Isole Britanniche, Francia occidentale e Mare del Nord, terre che, essendo influenzate dalla Corrente del Golfo, presentano condizioni di svernamento più favorevoli dell’Europa continentale. Infatti la temperatura più elevata consente una più agevole ricerca del cibo, considerando inoltre che il metabolismo basale richiederà un dispendio di energie inferiore rispetto a situazioni di basse temperature.
La differenza tra queste due categorie, che scelgono regioni diverse per lo svernamento, è strettamente influenzata dal tipo di alimentazione delle specie: infatti, gli uccelli che si trattengono in Europa sono, per la maggior parte, Anatidi e limicoli (Caradriformi), originari delle zone più settentrionali: si tratta di uccelli che in Europa possono trovare facilmente cibo di cui nutrirsi, come materiali vegetali oppure invertebrati lungo le spiagge. Al contrario, gli uccelli che si spingono fino in Africa sono quasi tutti insettivori, come le rondini o i culbianchi, o comunque strettamente dipendenti dagli insetti, come i Silvidi.
Stabilire con esattezza le rotte migratorie non è cosa semplice, soprattutto perché ogni specie presenta comportamenti differenti.
La maggior parte dei limicoli (Caradriformi) compie migrazioni su un ampio fronte, vale a dire che non si concentra in punti strategici, ma transita sul mare ovunque si vengano a trovare; lo stesso comportamento si riscontra nei Passeriformi. Gli uccelli che coprono lunghi tragitti, sfruttando il volo planato, sono costretti a passare lungo le coste, per cui lungo il percorso incontrano dei punti obbligati di attraversamento: la popolazione occidentale di Cicogna bianca (Ciconia ciconia), ad esempio, si concentra sullo Stretto di Gibilterra per raggiungere l’Africa occidentale, mentre quella orientale si raccoglie attorno al Bosforo ed allo Stretto dei Dardanelli per attraversare la Palestina, fino alle regioni più meridionali del Sud Africa.
Altre specie non hanno vere e proprie rotte migratorie, ma effettuano brevi spostamenti per trovare zone più miti: è il caso del Sordone (Prunella collaris) o del Gracchio alpino (Pyrrhocorax graculus) che vivono in montagna ad elevate altitudini e che in inverno si spostano a bassa quota, dove trovano un ambiente più favorevole.
E’ tipico degli uccelli marini, come la Pulcinella di mare (Fratercula arctica) o il Gabbiano tridattilo (Rissa tridactyla), trascorso il periodo riproduttivo, di disperdersi lungo le coste atlantiche ed, in alcuni casi, anche africane.
Parlando in generale di migrazione, occorre distinguere tra migrazione di passo, intendendo quella che dalle zone di nidificazione porta alle aree di svernamento, e migrazione di ripasso, riferendosi a quella che procede in senso contrario. In molte specie i tragitti percorsi durante le due migrazioni sono uguali, ma in alcuni casi divergono: il Topino (Riparia riparia), ad esempio, in autunno vola in direzione sud-ovest per raggiungere l’Europa occidentale fino al Sahara, mentre in primavera segue una direttrice più diretta sud-nord, passando direttamente sul Sahara . La spiegazione va ricercata nella necessità di raggiungere, in primavera, le aree di nidificazione nel più breve tempo possibile, in modo da garantirsi un maggior successo riproduttivo: in genere, infatti, sono i maschi che arrivano per primi e quindi hanno più tempo per le dispute territoriali, in modo che appena arrivate le femmine, inizi subito la cova delle uova.
Le distanze coperte, durante gli spostamenti migratori, sono davvero notevoli: il primato tocca alla Sterna codalunga (Sterna paradisea) che si trasferisce dalle aree più settentrionali dell’Artico a quelle più meridionali dell’Antartico, per un totale di circa 17.500 Km; bisogna comunque considerare che la maggior parte degli uccelli che lascia l’Europa per l’Africa copre una distanza media di circa 10.000 Km in entrambi i sensi.
A differenza di quanto si potrebbe pensare, sono poche le tappe effettuate durante la migrazione: spesso, infatti, gli uccelli compiono voli interrotti, soprattutto durante l’attraversamento di zone difficili, come lunghi tratti di mare o aree desertiche, in modo da raggiungere nel più breve tempo possibile regioni con adeguata disponibilità trofica.
Si spiega quindi perché il Culbianco (Oenanthe oenanthe), partendo dalla Groenlandia, arrivi direttamente in Spagna, pur potendo fare tappa in Gran Bretagna o lungo le coste della Francia occidentale, coprendo così una distanza di circa 3.000 Km. Considerando che uccelli di piccola taglia volano ad una velocità media di circa 40 Km/h, si deduce che per superare barriere naturali di questo genere devono essere pronti a volare per oltre 72 ore consecutive: ne consegue che condizioni atmosferiche avverse pesano gravemente sulla sopravvivenza dei migratori, perché comportano un dispendio energetico ancora maggiore. Sicuramente i soggetti più avvantaggiati saranno quelli che, prima della partenza, avranno provveduto a depositare maggiori riserve di grasso: il grasso, infatti, rappresenta un’importante fonte di energia per gli uccelli perché, rispetto a proteine e carboidrati, dalla sua ossidazione ne derivano sia una maggiore quantità di energia per grammo sia una certa disponibilità d’acqua, elemento non facile da reperire per un migratore che vola ad elevate altitudini, anche per alcuni giorni.
Prima della partenza, durante la fase di ingrasso, alcune specie arrivano anche a raddoppiare il loro peso: il Piovanello tridattilo (Calidris alba) pesa normalmente 55 grammi, mentre prima della migrazione arriva ad oltre 100 grammi e lo stesso vale per il Piovanello maggiore (Calidris canutus), che generalmente pesa 120 grammi.
Così come per la migrazione, anche per l'accumulo delle riserve di grasso esistono diverse strategie: il Forapaglie (Acrocephalus schoenobenus) compie tale operazione già nelle aree di nidificazione, in modo da percorrere senza interruzione oltre 4.000 Km; la Cannaiola (Acrocephalus scirpaceus), invece, si sposta dall'Inghilterra alla Penisola Iberica e qui accumula il grasso necessario ad attraversare il Mediterraneo fino al Nord Africa, mentre la Cannaiola verdognola (Acrocephalus palustris) compie spostamenti brevi, fermandosi in più punti per rifocillarsi, ed arriva quindi in Sud Africa molto tardi, a dicembre-gennaio, avendo quindi appena il tempo di mutare il piumaggio per poi ripartire verso nord.
Uno degli aspetti più affascinanti della migrazione rimane il modo con cui gli uccelli riescano ad orientarsi, per raggiungere le mete prefissate.
Innanzi tutto occorre chiarire che anche il comportamento migratorio è stabilito geneticamente, per cui gli animali nascono già con un patrimonio genetico provvisto delle informazioni necessarie per affrontare la migrazione; d'altra parte è implicato anche il fattore esperienza, valido soprattutto per quelle specie che migrano in gruppi familiari, come le Oche selvatiche (Anser anser).
Un uccello migratore trova la direzione giusta attraverso tre metodi:
- bussola solare: questo sistema orientativo è molto diffuso nel regno animale ed implica la capacità di orientarsi in base alla posizione del sole; la prova scientifica di tale comportamento è stata ampiamente confermata dagli esperimenti di Schmidt-Koening (1980) sui piccioni viaggiatori (Columba livia), nei quali venne alterato non la posizione solare, ma il loro orologio interno, attraverso un'alternanza artificiale del giorno e della notte: una volta liberati, questi piccioni, avendo calcolato diversamente la posizione solare durante la cattività, non erano in grado di orientarsi correttamente con la reale posizione del sole;
- bussola stellare: i Caradriformi e molti uccelli, nel tentativo di evitare i predatori, migrano di notte ed in questo caso si orientano tramite la stella polare. Infatti, dopo che per primo G. Kramer (1949) studiò in via sperimentale l'orientamento dei Silvidi nel cielo stellato notturno, Sauer (1959) proseguì tali ricerche, confermando che le Capinere (Sylvia atricapilla) si dirigevano verso nord-est in primavera e verso sud-ovest in autunno. Dagli studi svolti, emerge che probabilmente questa attitudine non è innata, ma esiste una fase sensibile dello sviluppo degli uccelli in cui imparano a riconoscere le costellazioni (Keeton, 1982), ma solo se possono percepire la rotazione del cielo attorno al proprio asse. Sembra inoltre che il campo magnetico terrestre sia di fondamentale importanza per la taratura della bussola stellare;
- bussola magnetica: il fatto che gli uccelli si orientino mediante la bussola magnetica fu dimostrato per la prima volta nel Pettirosso (Erithacus rubecula) tramite gli studi di Merkel e Wiltschko (1965); successivamente il fenomeno fu esteso a tutte le specie e fu provato anche che tale capacità è innata (Wiltschko, 1985).
Soprattutto per gli uccelli che migrano di giorno, è importante anche la “memoria geografica”, cioè il riconoscimento di zone già frequentate, così come capita per i Salmoni, che ritornano dove sono nati, “ricordando” la composizione chimica delle acque di origine.
Una volta stabilita la direzione, per raggiungere una località precisa, è necessario stabilire quale distanza percorrere. Anche in questo caso si ritiene che le informazioni sulla distanza siano già stabilite nel codice genetico di ogni singolo individuo, per cui una volta esaurita l'inquietudine migratoria, cioè l'impulso a migrare, l'animale si dovrebbe già trovare nei quartieri di svernamento, nel caso della migrazione di passo. Si spiega quindi perché il Beccafico (Sylvia borin) gode di una forte inquietudine migratoria, dovendo raggiungere l'Africa, mentre la Magnanina sarda (Sylvia sarda), che è stanziale, non manifesta affatto inquietudine migratoria; lo stesso fenomeno si riscontra nelle Capinere (Sylvia atricapilla), le cui diverse sottopopolazioni mostrano diversi comportamenti migratori e quindi diverse inquietudini migratorie (Berthold & Querner, 1981).
Molti aspetti devono ancora essere chiariti sulla migrazione degli uccelli: resta indubbia l'importanza di uno studio approfondito che ci permetta non solo di conoscere il fenomeno in sé, ma anche di chiarire i rapporti tra gli animali e l'ambiente, le loro abitudini, oltre alla distribuzione geografica ed alla distinzione delle varie sottospecie.